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Rallenta la disoccupazione ma dal 2011 economia più debole
di Ascanio L. Strinati - 09/02/2010 10.07.30
Il punto macroeconomico della settimana

 

Il mercato del lavoro dà qualche segno di ripresa. Gli Usa, infatti, hanno registrato a gennaio 2010 una perdita di “soli” 20.000 posti, contro i 150.000 di dicembre 2009 (dato decisamente più negativo  del previsto) e i 64.000 di novembre (idem). Un dato che riporta l’andamento della disoccupazione al di sotto del 10% (10,1% nell’ottobre 2009), più precisamente al 9,7%. Si tratta però soltanto di un sassolino nello stagno, perché molti altri dati indicano una situazione ancora grave.

Nel frattempo negli Stati Uniti si discutono gli estremi di una legge bipartisan (come va di moda dire dalle nostre parti) dedicata proprio a ridare slancio al mercato del lavoro. Obama ha infatti convocato i rappresentanti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano per trovare una strada condivisa al rilancio dell’occupazione. Una mossa obbligata, vista la perdita della maggioranza al Congresso, che replica quanto il presidente Usa vorrebbe anche per la legge sulla sanità. Insomma, nel momento cruciale la politica appare bloccata a cercare compromessi, rischiando di allontanare la ripresa. O, per lo meno, di toglierle un po’ di benzina, che pur ci sarebbe. Tra le ipotesi sul tavolo, l’estensione delle garanzie sociali o il taglio delle tasse per le imprese che assumono.

 

Nel frattempo brividi da exit strategy percorrono le Borse di tutto il mondo, che anticipano la possibilità di un rialzo dei tassi d’interesse, mentre gli analisti scoprono che i Paesi dell’Europa meridionale hanno subito più degli altri i contraccolpi della crisi e che mettono qualche granello negli ingranaggi della gioiosa macchina da guerra dell’Eurozona.

Sorprende, in un certo senso, la Grecia: per dieci anni l’economia ellenica è cresciuta del 4% annuo, un dato decisamente superiore alla media europea, comportandosi come una sorta di “emergente de’ noantri”. Tuttavia già nel 2008 il passaggio a +2% dal precedente +4,5% è stata un’avvisaglia di quanto stava per succedere. Il -1,2% del 2009 era quindi in un certo senso atteso, ancor di più il -0,3% stimato per il 2010, con contorno di frenata dei consumi privati (-1,5%), della domanda interna (-3,2%), degli investimenti pubblici e privati (-19,8%) e della produzione industriale (-9%), e di picco del debito pubblico (113,4%) (fonte Ice e Ministero greco dell’Economia). Dati pessimi, sì, ma non molto dissimili - vista la congiuntura - da quelli di tanti altri Paesi, d’Europa e non.

Ma il debito pubblico sta diventando un problema serio ovunque, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Giappone. E questi ultimi due Paesi sono anche i maggiori detentori di debito Usa sotto forma di T-bond dopo la Cina, in un circolo vizioso sempre più pericoloso (e sempre più politico, piuttosto che economico).

 

La correzione dei mercati di queste settimane spinge poi a rivedere le previsioni sul futuro dell’S&P500, fatta salva la seduta di lunedì che lascia comunque un filo di speranza per il futuro. Il p/e dell’indice Usa è passato dal 14,7 di metà gennaio a 13,4 della scorsa settimana, ma la previsione è che si attesti attorno a 15 e che per tutta la prima parte dell’anno la crescita degli utili prosegua, tanto da essere in grado di portare l’indice stesso a  1300-1350. Poi è probabile invece un calo, dovuto soprattutto alla fine degli effetti del taglio delle tasse voluto da Bush durante la scorsa legislatura. Il che - salvo nuovi interventi correttivi a livello legislativo - dal 2011 potrebbe quindi indebolire economia e S&P500.

Quest’ultimo, a livello settoriale, non ha dato grandi soddisfazioni, questa settimana: le industry migliori sono state Materials (+0,8%) e Technlogy (+0,7%), ma nel complesso tutti i settori e 107 sottosettori su 131 sono negative da inizio anno, mentre tutti i settori e 87 su 131 sottosettori sono negativi rispetto al sell off di metà gennaio.

Come comportarsi quindi in uno scenario borsistico e geopolitico piuttosto incerto?

I grandi speculatori sono ancora positivi su dollaro, yen, oro, dollaro canadese, dollaro australiano e petrolio, mentre sono negativi su euro, sterlina, S&P500 e T-note a 10 anni.

 

 

 

 

 

 

 

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