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Rischiamo di portare a casa gli incassi ma di oscar manco l'ombra
di Ascanio L. Strinati - 10/03/2010 0.05.36
Il commento macro

 

Sono due i grandi anniversari di questi giorni. Il primo, più recente, è un felice anniversario: il 6 marzo 2009 l’S&P500 toccava il minimo intraday di 666 punti, mentre la peggior chiusura venne raggiunta il 9 marzo a 676,53. Attualmente siamo a quasi +70% da quest’ultimo dato, la miglior performance a 12 mesi dal 1930.

Anche il secondo, però, ci riporta a un tracollo che in molti non avranno dimenticato: lo scoppio della bolla della new economy, avvenuto esattamente 10 anni fa, il 10 marzo 2000. La differenza è che da allora quei livelli non si sono più rivisti. Il top lo registrò il Nasdaq Composite, schizzando oltre quota 5.000, contro un 2.332 che registra in questi giorni. Lo stesso si può vedere sul Dow Jones Internet Composite, -79% dai bei giorni andati, e sul Morgan Stanley index (-81%).

Ma da allora non si può dire che l’economia basata sulle reti, e su Internet in particolare, sia morta. Non solo per esempi eclatanti come Google, Amazon, Yahoo, E-bay e tanti altri, quanto più per la pervasività del collegamento in rete (con o senza fili), presente ormai in tutti i telefonini e i computer, negli apparecchi domestici, nelle televisioni e nelle radio, nei lettori audio, nelle sveglie e in altri mille e mille strumenti di uso quotidiano. Volenti o nolenti, la rete è  insomma, una fetta importante del nostro mondo, non solo della nostra economia. Chi è stato travolto dalla bolla aveva forse visto giusto ma ha sicuramente osato troppo.

 

Venendo all’attualità, come immaginavamo, Avatar non ha vinto praticamente nessun Oscar importante se non quelli, di secondo piano, per scenografia, fotografia ed effetti speciali. Cosa c’entra con la finanza? Molto, perché i quasi 2,5 miliardi di dollari incassati dal film di James Cameron hanno dato una bella mano al bilancio della Twentieth Century Fox Film Corporation, parte del gruppo News Corp. controllato da Rupert Murdoch. Come già avevamo avuto modo di far notare a gennaio, alla traballante Corporation di Murdoch (5 miliardi di dollari di perdite nel 2008, 3,4 miliardi nel 2009) i quattrini intascati da Avatar fanno davvero molto comodo. Purtroppo però si tratta di un filmetto semplice, con una trama banale, effetti speciali poco speciali il tutto condito da una un po’ di noia e da una forte sensazione di già visto ad ogni scena. Più o meno quello che devono aver pensato i giurati dell’Academy e po’ la storia della finanza di questi anni: tante chiacchiere e molte prese in giro. Una tecnica che però sembra funzioni molto bene per fare soldi.

 

Nel frattempo il mondo non smette di girare: l’Iran si avvicina ogni giorno di più verso il baratro, rendendo però sempre più complessa l’ipotesi di un colpo di mano per toglierli il nucleare da sotto i piedi; in Afghanistan si cerca di recuperare anni perduti con una nuova strategia di “attenzione alla popolazione”, mentre l’Iraq è andato alle elezioni con relativamente pochi morti, cioè meglio del previsto.

Come previsto, invece, dopo la visita del Dalai Lama a Washington e i relativi strepiti di Pechino, la Cina ha smorzato i toni mettendo da parte il problema.

Qualche guaio invece tra Europa e Africa, visto che Gheddafi ha pensato di scatenare la guerra santa contro la Svizzera. Gli gnomi di Zurigo hanno però fatto spallucce: hanno ben altri guai, in questo momento, tra la guerra ai paradisi fiscali e ai conti segreti, gli scudi fiscali che succhiano dai forzieri elvetici centinaia di miliardi di euro alla volta e una disoccupazione mai registrata prima.

Senza dimenticare il terremoto di Haiti (250.000 morti), quello in Cile (800 morti) e quello in Turchia (50 morti). Stendiamo poi un velo sul siparietto pre-elettorale di questa nostra povera Repubblica.

 

In questa carrellata di farse e tragedie (vere), l’industria dell’auto sembra trovare qualche spunto di rilancio anche in assenza di incentivi. Se infatti il salone di Detroit (Usa) di gennaio è stata “la santa inquisizione” per i produttori (parole di Marchionne), il Salone di Ginevra (4-14 marzo) è stata l’occasione, per molte case, non solo di presentare i modelli nuovi, ma soprattutto di sfoderare i progetti di rinnovamento della gamma per i prossimi anni, tra ibride, verdi, low cost e quant’altro.

La ripresa potrebbe quindi anche esserci, salvo superare l’ondata di disoccupazione che starebbe per abbattersi - a detta di molti economisti - sui Paesi industrializzati come effetto a lunga scadenza della crisi finanziaria del 2008-2009.

 

Secondo l’economista Ed Yardeni, entro fine anno l’S&P avrà raddoppiato, portandosi tra 1.330 e 1.350.

Una previsione più che ottimistica che trova le sue basi in alcune considerazioni. Intanto il sentiment del mercato è cambiato, qualche correzione c’è stata ma nel complesso i listini hanno retto, pur spingendo gli investitori privati ad attendere ancora prima di ributtarsi a capofitto nell’azionario, preferendo come mai in passato le obbligazioni o la liquidità. Col migliorare delle condizioni e con il permanere di rendimenti quasi nulli, il flusso potrebbe invertire la rotta.

Inoltre il cash flow delle imprese, in particolare di quelle quotate che fanno parte dell’S&P500, è un crescita,  fatturati e utili sono in ripresa e nel breve questo potrebbe dare il via a un’imponente stagione di fusioni e acquisizioni, le cui vittime sarebbero le società che si attardano nella ripresa e che quindi restano finanziariamente più deboli. Complessivamente, il p/e stimato per il 2010 dell’indice Usa è di 13,5, il che ci riporta alla quota 1.350 già indicata.

Nell’economia reale, poi, la produttività sta rapidamente guadagnando terreno a suon di record. E la produttività “non farm” è strettamente correlata con l’incremento dei salari legati all’inflazione, il che significa che la prima (cresciuta del 5,8% anno su anno alla fine del quarto trimestre 2009) renderà più ricche le buste paga dei salariati, i quali saranno torneranno quindi a spendere. Cosa che invece i governi smetteranno di fare, sia in termini di Stato sociale, sia come sostegno ai mercati.

 

Quali quindi i settori dell’S&P su cui puntare? La tecnologia ha mantenuto il primo posto in classifica per tutto il 2009 (+58,8%) e continuerà a farlo anche nel 2010 e forse anche nel 2011. Tra i sottosettori più interessanti, da seguire sono i semiconduttori e le attrezzature per semiconduttori, computer hardware e attrezzature per le comunicazioni.

I titoli finanziari hanno ormai recuperato oltre il 144% dal 9 marzo 2009, un trend che continuerà ma non più con questa forza; i beni di consumo durevoli (consumer discretionary) hanno realizzato anch’essi buone performance, soprattutto dopo che l’indice si è alleggerito della “zavorra” General Motors, quindi sono da seguire ma con cautela. Se poi la disoccupazione dovesse ridursi, a beneficiarne sarebbero i Retailers (ovvero le attività rivolte ai privati) e i finanziari, banche in primis.

Con il +95% dai minimi del 2009 anche gli industriali hanno bruciato molta benzina; tuttavia, a differenza degli altri settori, potrebbero continuare a correre trainati direttamente dalla ripresa economica. In particolare aerospazio e difesa, componenti elettronici e macchinari per l’industria, per le costruzioni e per l’agricoltura.

Le materie prime hanno recuperato dal canto loro circa l’84% e anche in questo caso, potrebbe essere solo l’inizio, vista la possibilità che la ripresa spinga le vendite di auto soprattutto nelle economie emergenti: in questo caso, da seguire con attenzione è il platino.

 

Quanto ai «large speculator» internazionali, la visione è positiva per dollaro, yen, oro, dollaro canadese,  dollaro australiano, greggio e benzine; molto negativa, invece, su euro, sterlina e S&P500; leggermente negativa su T-note a 10 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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